L’Isola Dei Morti Viventi – Bruno Mattei (2006) | Recensione Film

Cover L'Isola Dei Morti Viventi
La copertina dell’edizione distribuita dalla Intervision Picture Corp., da IMDB

Titolo originale: Island Of The Living Dead

Anno: 2006

Produzione: La Perla Nera

Regia: Vincent Dawn (Bruno Mattei)

Sceneggiatura: Bruno Mattei; Gianni Paolucci;Antonio Tentori

Direzione della Fotografia: Luigi Ciccarese

Montaggio: Daniele Campelli

Effetti speciali e Trucco: Cecille Baun (accreditata come Cecille S. Baun); Digital Vision; Eddrick Sto. Domingo (come Dick S. Domingo)

Musiche: Daniele Campelli; Bruno Mattei

Durata: 93 minuti circa

Budget: N/A

Incassi: N/A

Trailer first:

Buona lettura!

ATTENZIONE – CONTIENE SPOILER



Se si prova a cercare qualcosa sul misterioso ma in realtà famosissimo regista Vincent Dawn, al secolo Bruno Mattei, si scopre di tutto: film eccentrici, violenti e spesso interessanti, fatti di follia, citazioni, horror, sangue, ironia, eros, macabro, a volte mero cattivo gusto unito alla ricerca dello shock.

Non solo: nella sua lunga carriera Mattei si è trovato a coordinare attori di respiro internazionale, contribuire a lanciare a generi e filoni cinematografici, girare sui set di capolavori intramontabili (celebre il caso del suo Rats, girato sul set di C’Era Una Volta In America di Leone).

E questo nonostante dei budget che, seppur non sempre al livello del terreno, certo non erano paragonabili a quelli di tanta cosiddetta serie A del cinema, e a volte neppure a quelli della cosiddetta serie B.

Insomma, un oceano racchiuso in un regista, una piccola miniera per i cultori della citazione, un breviario1 per gli indipendenti e gli amatori.

A Bruno Mattei, prima o poi, anche questo sito dedicherà magari qualche articolo monografico, aggiungendosi ai tanti che già ne hanno scritto, ma non è il caso di appesantire ulteriormente questa recensione.

Veniamo dunque al film, L’Isola Dei Morti Viventi.

Come dice il titolo, la trama ruota attorno a un’isola e a dei morti viventi. Più precisamente, una ciurma di cercatori di tesori finisce fuori rotta e approda su un’isola maledetta, teatro di un massacro alla fine del Seicento e oggi popolata, appunto, da morti viventi.

Per i puristi del genere (fra cui mi annovero io stesso e con piacere) bisogna chiarire che i morti viventi di questo film sono di un tipo particolare.

Quando si parla di morti viventi, infatti, l’attenzione va sempre agli zombi, e in effetti in questo film se ne vedono molti.

Ora, gli zombi sono creature su cui si è molto speculato nel cinema e che, a oltre ottant’anni dal primo film che ne ha trattato, sono, pur con grandi semplificazioni, classificabili in alcune macrocategorie.

La più famosa è sicuramente quella inventata da George Romero con La Notte Dei Morti Viventi del 1968 e perfezionata con Zombi del 1978: individui clinicamente morti che, resuscitati o forse anche uccisi da fattori misteriosi (perlopiù attinenti a effetti collaterali di esperimenti scientifici), sono caratterizzati da movimenti lenti e da un’intelligenza che, almeno nelle fasi iniziali dell’epidemia, risulta piuttosto scarsa.

Un’ulteriore categoria, che pure ha qualche precedente2, è arrivata alla sua definizione con il 28 Giorni Dopo di Danny Boyle del 2002. In verità, in questo secondo caso non si tratta di veri e propri zombi, quanto piuttosto di individui infettati da virus o altro e che, ancora clinicamente vivi, sono capaci di correre e compiere altre azioni complesse, e che quindi, non a caso, sono più propriamente chiamati infetti.

Una terza categoria, che in verità è la prima in ordine di apparizione sia sullo schermo che in letteratura, è quella dello zombi caraibico: un individuo, nelle leggende delle origini in stato di morte apparente ma successivamente presentato come vero e proprio cadavere rianimato, che esegue azioni a comando sotto l’influsso di uno rito voodoo, di una droga, di una maledizione. Gli esempi principe di questa categoria sono L’Isola Degli Zombies del 1932, di Victor Halperin, e Ho Camminato Con Uno Zombi del 1943, di Jacques Tourneur.

Ecco, gli zombi di questo film attengono, pur con diverse licenze poetiche, a questa terza categoria.

E in realtà non ci sono solo loro: i morti viventi portati in scena da Mattei sono qui un mix di questi zombi, spiriti dotati sia della capacità di materializzarsi che di parlare e interloquire con i protagonisti, vampiri.

E va detto che in effetti è un mix che tutto sommato funziona.

Quanto agli zombi, che sono sempre fra i punti principali di questo genere di film, si può essere soddisfatti: il digitale gelido e impersonale dei primi Duemila, unito all’ottimo trucco, fa apparire, sì, alcune delle comparse per ciò che sono, ma rende molti esemplari a dir poco paurosi, come quelli della cover qui sotto.

Altra cover L'Isola Dei Morti Viventi
Cover, da El Blog Ausente

Certo, ci sono delle pecche e il concept caraibico/magico può non piacere, ma ancora oggi si vede di molto peggio, da certi zombi in CGI che sembrano usciti dall’introduzione di uno dei primi videogiochi per PS2 ad altri i cui truccatori sembrano aver preso troppo alla lettera il realismo minimale romeriano della Notte del 1968.

Anche gli spiriti e i vampiri sono ben realizzati: cadaverici anche loro, con tanto di molto gotiche occhiaie e di un po’ di fascino oscuro.

Unica vera nota dolente da questo punto di vista, bisogna dirlo, è un po’ nei costumi del prologo, ma bisogna anche capire che è forse più una questione di budget.

Insomma, il trucco e gli effetti ci sono. E non è un caso: ai vertici dei relativi reparti c’è Cecille Baun, con all’attivo una lunga lista di titoli fra cui spicca Platoon, e che dunque, oltre alla professionalità, ha dalla sua il fatto che in questo film ritrova l’ambientazione del suo film più famoso. Insieme a lei, una nutritissima serie di truccatori, effettisti, pittori, carpentieri che fanno degli effetti e delle scenografie il punto di forza del film.

Il tutto, ovviamente, con l’impronta di Mattei, che, fra un neorealista uso di comparse locali e la sua propensione per il budget ridotto, avrebbe usato degli attori con arti monchi appositamente per le scene in cui agli zombi vengono amputati gli arti a fucilate3.

Alla sceneggiatura spicca il nome di Antonio Tentori, figura storica dell’horror italiano, e la sua firma si vede: l’ambientazione tropicale e il voodoo, che riecheggiano, oltre i classici americani della prima metà del Novecento, lo Zombi 2 di Lucio Fulci, regista per cui Tentori stesso ha avuto modo di scrivere; il mix fra lo zombie-movie e gli horror gotici a base di spiriti e castelli. Tutti elementi caratteristici di più fasi del cinema italiano, e Tentori lo sa.

Il cinema di Mattei è cinema dell’assurdo, ma anche del riciclo, dell’omaggio, della citazione, e anche qui non si smentisce: i primi zombi, risvegliatisi avvolti nel sudario, vengono freddati come in Zombi 2, e sempre al film di Fulci si richiamano diverse altre scene; c’è l’immancabile e sempre gradito “Stanno venendo a prenderti!” di romeriana memoria; anche The Fog di John Carpenter riceve un omaggio, tanto spinto da arrivare, in uno dei dialoghi del film, al limite del plagio4; una scena ricorda la Nave Fantasma di Steve Beck del 20025; un’altra omaggia Shining di Kubrick; un’inquadratura si rifà forse al primo Demoni di Lamberto Bava.

Compaiono poi diversi pseudobiblia, fra i quali il Necronomicon, il De Vermis Mysteriis, il De Masticatione Mortuorum In Tumulis6, il Cultes Des Goules. Da uno di questi libri viene infine letta una profezia, che è poi un omaggio in latino a Zombi di Romero.7.

Ciò detto, il film è ricco di ironia e autoironia, come molti film di Mattei. Va anche detto, però, che questo humour, in certi punti, può anche stonare: sentiamo battute da bar sparate sullo spettatore in momenti apocalittici;
alcune auto-citazioni di Mattei non collimano esattamente con le situazioni in cui sono inserite.

Oltre a questo, poi, ci sono cose che non tornano: il meccanico che, nella sala macchine della nave, chiama a voce il capitano quando questi è ormai a terra da ore8; le battute di cui sopra fanno dubitare della percezione che i personaggi hanno del contesto intorno a loro.

Sulla regia e sulla fotografia si è in parte detto sopra: il digitale della prima fase della relativa rivoluzione, si sa, è freddo, gelido, si potrebbe dire impersonale. Ne consegue che anche la fotografia, pure affidata al veterano Ciccarese, non riesce sempre a dare quelle sfumature che pure servirebbero (ad esempio nelle scene con gli spettri), mentre invece risulta più che efficace in alcune inquadrature (ad esempio nel corridoio con gli zombi incatenati).

La resa insomma è altalenante, e come in tanti film di Mattei sfonda il muro di una divertita sciatteria, ma l’insieme, almeno a detta di chi scrive, non è troppo distante da tanti film direct-to-video e, più in generale, horror.

Anzi, forse è proprio questo il punto più delicato. L’Isola Dei Morti Viventi, come tanti altri film, pur non essendo molto inferiore ad altri che invece si vedono regolarmente sui canali tv del digitale terrestre e sugli on demand, non è mai stato trasmesso né messo in un catalogo di streaming legale, al punto che perfino l’irreprensibile Davinotti, su questo punto, altro non può fare che tacere.

Insomma, L’Isola Dei Morti Viventi è un film che forse sconta una produzione semisconosciuta, un budget al solito sconosciuto ma che non deve essere stato esattamente eccessivo e un regista casereccio, eppure è un film che si lascia tranquillamente guardare, che non è troppo inferiore ad altri horror a basso budget, e che effettivamente un po’ dispiace di non aver mai potuto vedere sulla guida tv, magari a notte fonda su una rete locale.

Dispiace non perché sia appunto un gran film, anzi, ma perché, come detto all’inizio di questa recensione, la filmografia di Mattei, anche in negativo, contiene preziose lezioni che gli appassionati di cinema devono essere messi in condizioni di cogliere: idee ottime, idee buone, idee a volte anche pessime, realizzazioni buone o altalenanti, errori madornali e a volte forse anche voluti.

Ecco: si dice “impara dai migliori”, e questo è certamente vero. E tuttavia anche dare un’occhiatina ai cosiddetti o presunti “peggiori”, a volte, può aiutare a progredire, ad essere più informati, a vedere i pregi e i difetti di un’opera con occhio più distaccato.

Trailer



Sitografia

Braineater.com – https://www.braineater.com/iotld.html (ult. visita 02/03/2019)

Il Davinotti – https://www.davinotti.com/index.php?forum=30014891 (ult. visita 25/02/2019)

El Blog Ausente – http://absencito.blogspot.com/2007/05/bruno-mattei-visual-experience-iii.html (ult. visita 24/02/2019)

IMDB – https://www.imdb.com/title/tt0898925/mediaviewer/rm3674334720 (ult. visita 24/02/2019)

Weirdletter – http://weirdletter.blogspot.com/2011/05/diceria-del-vampiro-de-masticatione.html (ult. visita 25/02/2019)



  1. Magari anche in negativo, per carità.
  2. Un esempio può essere Il Ritorno Dei Morti Viventi 3 di Brian Yuzna, datato 1993, ma anche Claudio Fragasso si vanta di esserne stato un precursore col suo Zombi 4 del 1989, in cui gli zombi sanno parlare e usare armi da fuoco, mantenendo anche la coscienza della loro vita precedente. Cercando qualche elemento caratterizzante ancora più indietro, potremmo pensare allo stesso Romero con La Città Verrà Distrutta All’Alba del 1973, o al seminale L’Ultimo Uomo Della Terra di Ubaldo Ragona e Sidney Salkow del 1964.
  3. Come spiega l’evidentemente informatissimo Braineater.com.
  4. Maggiori dettagli in questo articolo.
  5. Con dei bigattini che non ho ancora capito se sono veri o sono l’ennesimo piccolo grande effetto di Cecille Baun.
  6. Che è in realtà un testo realmente esistente ma che tuttavia, essendo il prologo ambientato nel 1688, non avrebbe potuto essere presente nella fortezza spagnola in quanto scritto successivamente.
  7. Fra l’altro va fatto notare che questo latino, a parte un “ex nimatum” che in realtà dovrebbe essere “exanimatum“, è magari scolastico ma grammaticalmente corretto, cosa che obiettivamente non capita spesso
  8. Nella stessa scena, poi, il meccanico riesce addirittura a far saltare la nave premendo quello che potrebbe sembrare una sorta di improbabile pulsante di auto-distruzione, ma forse è più un pulsante di accensione di qualche caldaia che, con il gas fuoriuscito da un tubo poco prima, potrebbe effettivamente innescare un’esplosione. Va detto che la realizzazione è quella che è, quindi tutte le letture sono possibili!

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.