
La lunghezza di un sarcofago egizio, rispetto a quella del corpo in esso contenuto, può risultare a volte quasi doppia, essendo quello esterno solo l’ultimo di una serie di strati che racchiudono la salma regale. I motivi possono essere religiosi, ovvero legati all’importanza del defunto, ovvero, più prosaicamente, di migliore conservazione del cadavere. Prendendo per vera tale teoria, come la sostiene il suo principale fautore Rudolph West basandosi sulle misure dei sarcofagi scoperti finora, il faraone Osiris-Ankh V, chiuso con il suo sarcofago nella stiva della Queen Elizabeth, in rotta dal Cairo a Bristol, avrebbe dovuto essere alto non meno di tre metri.
Fin dalla sua scoperta, avvenuta tre mesi prima nel deserto egiziano, l’enorme bara aveva destato la curiosità, la meraviglia, l’orrore degli operai arabi e degli inglesi che ne avevano violentato il nascondiglio. Fra gioielli, utensili sconosciuti ad ogni testo di egittologia, geroglifici rappresentanti creature mostruose, ad attendere l’era moderna era l’enorme bara in marmo nero, con affrescate le orride fattezze del faraone.
Ma nonostante lo sconcerto suscitato, o forse proprio per questo, il Governo egiziano non avrebbe lasciato andare volentieri il tesoro rinato dalle sabbie.
Quando gli Inglesi si arrogarono ogni diritto sulla scoperta, si misero in azione le diplomazie. Si provò di tutto, da blandi inviti alla collaborazione fra Paesi amici fino alle più improbabili e velleitarie minacce di guerra, ma niente. Dopo le mosse politiche, si cercò quindi una mediazione diretta, insistente e soprattutto personale.
A questo punto, nella fase di trattativa con Sir Edward Lawrence, docente di Archeologia dell’Università di Oxford, personale finanziatore della spedizione e scopritore della tomba e dei suoi tesori, era entrato in gioco Mahmud al-Salafi, agente diplomatico inviato dal Ministero delle Antichità, noto nell’ambiente per la sua tremenda testardaggine al confine con l’ottusità.
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In Egitto non aveva ottenuto niente, pur usando tutti i mezzi a sua disposizione.
Un primo tentativo, per così dire preliminare, l’aveva fatto poco dopo l’ultimazione degli scavi, nel deserto. Giunto sul posto, chiedeva di trattenere quel tesoro unico nel suo genere in Egitto, garantendo che il Governo avrebbe comunque permesso agli Inglesi di studiarlo e visitarlo con il massimo riguardo possibile: nella tenda di Lawrence suonò un secco “No”.
Tre settimane più tardi, al Museo, durante la redazione dell’inventario, chiese nuovamente di trattenere i reperti in Egitto, dietro, stavolta, un allettante compenso al prestigioso ateneo di Oxford e a Lawrence stesso, ma niente.
La sera prima della partenza del tesoro per l’Inghilterra, Mahmud proponeva, in un bordello della casbah, di alternare periodicamente l’esposizione del tesoro fra i musei di Londra e del Cairo, in cambio di cifre astronomiche in oro, cittadinanza onoraria, diritto per Lawrence e i suoi discendenti di insegnare in Egitto dietro compensi esorbitanti, ottenendo un nuovo, sdegnoso rifiuto dei musei del Cairo e dell’Egitto tutto, e una diffida dall’insistere ulteriormente.
Come ordinatogli dal Ministero, si era infine imbarcato sulla nave, sperando di riuscire finalmente a convincere il luminare, magari grazie a qualche danno subìto dai reperti durante il trasporto, che ne avrebbe minato il valore, o ad altri espedienti.
E così, anche con una certa strana soddisfazione, come un profeta di sventura inascoltato, che vede avverarsi i presagi ignorati dal prossimo, da sei giorni assisteva ai tristi avvenimenti che si verificavano a bordo della Queen Elizabeth.
Il primo, tale George Davidson, il redattore dell’inventario al Cairo, l’avevano trovato appeso a un lenzuolo nella sua cabina la prima notte. Gli altri, due forzuti studenti messi a guardia del sarcofago dall’inglese, sgozzati come caproni nella stiva tre giorni dopo la partenza, in vista di Gibilterra. Il quarto, il segretario personale del professore, non lo trovarono mai.
Lawrence: imperturbabile. E agguerrito.
Già dalla morte di Davidson, infatti, Mahmud aveva cominciato a sentirsi osservato: capì subito che il vecchio, sospettando di lui, gli aveva sguinzagliato dietro i poliziotti presenti a bordo. Questi però, dopo aver ispezionato la sua cabina e avergli fatto qualche domanda di rito sulla rivoltella in suo possesso, si limitarono a pedinarlo e a tenerlo d’occhio senza troppi fastidi.
* *** *
Sia Lawrence che Mahmud rimanevano attaccati alle loro posizioni, pur mantenendo una certa ipocrita cordialità, cenando e chiacchierando insieme. E mentre i due si davano battaglia a colpi di profferte, freddure e allusioni, solo Annette, la figlia che il professore si era portato da Oxford, sembrava subire gli orrori che accadevano sulla nave. Visibilmente dimagrita, gli occhi infossati nell’ansia di essere uccisa, andava dicendo al padre che la maledizione del faraone stava colpendo i profanatori della sua tomba, e chiedeva insistentemente di riportarne il feretro nel deserto per placarne la rabbia. Una sera glielo implorò di fronte a Mahmud stesso, ricavandone un ceffone che fece voltare l’intera sala ristorante.
Forse, pensava l’egiziano, se l’avesse chiesto in sua assenza, il padre avrebbe pure cercato di accontentarla in qualche modo, ma, trovandosi di fronte l’avversario, l’orgoglio l’aveva trattenuto, e proprio l’orgoglio l’avrebbe ormai trattenuto per tutto il viaggio: disperando quindi di portare a termine l’incarico nel poco tempo rimasto, trascorreva le giornate sulla nave godendosi il paesaggio e i liquori europei.
Da lavoratore zelante qual era da sempre, però, continuava, sia pure senza troppe speranze, a cercare di cambiare le sorti del sarcofago, e in un modo che non gli dispiaceva affatto: quando la ragazza, in sua presenza, aveva tentato di convincere il vecchio a restituire il tesoro, Mahmud era rimasto in silenzio, lasciando che, in quell’occasione, i due inglesi si scannassero fra loro; ma presa da parte Annette la sera stessa, aveva cominciato a chiacchierarci, cercando di portare dalla sua parte quell’aiuto inaspettato.
La ragazza, oltre il padre, non aveva ormai altri che lui a bordo, e, forse felice di aver trovato un alleato nella sua allucinata battaglia contro la maledizione, gli si avvicinò senza diffidenza. A sera, dopo il pranzo al ristorante, sedevano o passeggiavano sul ponte di prua, conversando e scherzando amabilmente sullo sfondo del tramonto.
* *** *
Mahmud era molto colpito dalla ragazza: questa, a differenza degli altri europei, lo trattava col rispetto dovuto a una persona, non ad un suddito. E nonostante l’impatto dei recenti fatti sul suo aspetto, manteneva in qualche modo la grazia della giovinezza. Passando i giorni, l’egiziano scopriva a poco a poco un lato di lei che non avrebbe sospettato: agli scavi aveva notato di sfuggita una ragazzina viziata e non troppo a suo agio fra le rovine e la polvere; ora, invece, vedendola nel suo ambiente, gli si apriva la visione di una ragazza libera e intraprendente, molto socievole e in cerca, a suo modo, di aiuto.
Una sera, ormai lungo le coste francesi, la prese a sé e la baciò.
La sera successiva, nella sala ristorante, Mahmud attendeva che gli altri croceristi andassero a letto: il suo appuntamento con Annette era per la mezzanotte. Luogo dell’appuntamento: la cabina di lei.
Erano ancora le dieci e mezzo, e l’egiziano, seduto al bancone del bar, si concedeva un bicchiere di quel cognac che in patria non avrebbe mai potuto bere, quando tre marinai, irrompendo nella sala, si avvicinarono al commissario di bordo, a tavola con il capitano e altri europei. Mentre un’orrendo sospetto si insinuava nella mente un po’ ebbra di Mahmud, il tavolo si svuotò, e i croceristi, visibilmente scossi, farfugliavano fra loro uscendo dalla sala a passo svelto.
Un marinaio arabo si avvicinò anche a lui, ma, scrollatoselo di dosso, l’egiziano scattò fuori dal ristorante.
* *** *
Lawrence, stravolto, usciva dalla cabina di Annette proprio mentre Mahmud, di corsa, svoltava l’angolo del corridoio: i due marinai posti a guardia della stanza e il commissario trattennero a fatica il professore dal saltargli addosso. Dopo pochi secondi, il vecchio svenne.
Il mattino dopo, erano in vista delle coste inglesi. Lawrence pareva invecchiato di vent’anni. Anche Mahmud era sconvolto: non ne aveva avuto il tempo, ma, forse, avrebbe potuto innamorarsi di Annette. Provò pena, quasi solidarietà nel dolore con quell’anziano padre, costretto in un letto che puzzava già di morte.
Non si parlarono nemmeno: i loro sguardi si incrociarono e, in silenzio, Lawrence chinò il capo in segno di assenso, piangendo sul cuscino sudato. Mahmud si voltò, e, anch’egli con le lacrime agli occhi, si tirò dietro la porta.
* *** *
Un mese dopo, sotto un sole di rame, l’enorme sarcofago di Osiris-Ankh V troneggiava, con i suoi cinque metri di lunghezza e due di altezza, in un largo spiazzo del porto del Cairo, appositamente sgombrato e sorvegliato da soldati egiziani. In un edificio prospiciente lo spiazzo, al primo piano, Mahmud faceva il suo rapporto al Ministro delle Antichità.
Raccontando di come il sarcofago era stato conservato in attesa del viaggio di ritorno, Mahmud si bloccò. Mancava qualcosa, senza la quale niente aveva senso: chi fosse cioè l’autore degli omicidi avvenuti a bordo della Queen Elizabeth. Chi avesse ucciso Annette. Ci aveva pensato durante tutto il viaggio di ritorno: suicidi, forse un folle, o Lawrence stesso, non meno folle in quel caso. Erano tutte congetture che non stavano in piedi, forzate dalla voglia di trovare una spiegazione plausibile a ciò che era successo: senza di essa, l’intera vicenda sarebbe risultata priva di ogni logica praticamente già dall’inizio. Eppure, Mahmud parlava da più di un’ora praticamente da solo, e il Ministro annuiva, a tratti sorrideva, firmava certe carte che si era portato dietro, lo lasciava parlare a ruota libera: sapeva!
Gli occhi gli si sbarrarono, mentre il politico, seduto alla sua scrivania, sogghignava beffardo: sapeva eccome. Mahmud non era l’unico agente egiziano a bordo della nave, né tantomeno l’unico che avesse l’incarico di riportare il tesoro in Egitto. Lui era il lato ufficiale della missione, cui toccava risolvere una situazione intricata, facilitata però dal lato sommerso della missione stessa. L’altro, il lato sommerso, il marinaio che gli si era avvicinato al ristorante la notte in cui Annette era stata uccisa, gli spuntò da dietro al suono di un campanello, con una pacca sulla spalla e un sorriso supponente, in abiti civili. Nel tocco di quella mano, Mahmud sentì in un solo istante tutto il dolore inferto ad Annette, la sua gola squarciata, il ventre aperto, il sangue.
Mentre estraeva la rivoltella dalla giacca, l’altra mano del sicario gli affondò il pugnale nello stomaco. In un gorgoglio di sangue e saliva, Mahmud si accasciò a terra.
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Oggi, dell’enorme sarcofago di Osiris-Ankh V, dei suoi tesori, della sua tomba gigantesca, non si sa più nulla, nessuno li cerca. Riposano in pace, per l’eternità, fra le sabbie del deserto.