Pentalogia della Guerra: 5 commedie all’italiana ambientate fra il 1915 e il 1961

Mentre scrivo queste righe, sono attualmente in corso 56 guerre che coinvolgono 92 Paesi.

Stiamo per entrare nel terzo anno di guerra a Gaza. A febbraio prossimo, se prima non interverrà una tregua, entreremo nel quinto anno di guerra in Ucraina. Due guerre scoppiate nel frattempo, quella indo-pakistana (la sesta a partire dal 1947) e quella fra Israele e Iran, sono durate pochi giorni ciascuna. E’ forse il segno che le guerre finiscono solo quando entrambi i contendenti sono dotati dell’arma nucleare, o quando lo è un terzo che interviene pesantemente nel conflitto, magari con un gesto che imita proprio il lancio di una bomba nucleare sul Paese nemico. E’ comunque un segno dei tempi, un brutto segno.

Ogni tanto spero che, una volta finite le guerre in corso, i popoli di questi Paesi possano accedere a un po’ di benessere e di progresso, cosa che molti di loro non hanno in realtà mai conosciuto. C’è chi taccerebbe questa mia pia speranza di eurocentrismo, e forse è vero, perché io infatti sono europeo. Ma il panarabismo e il socialismo in Africa non sono fenomeni europei, e comunque la mia speranza è detta col cuore. Quello che spero più di tutto oltre l’arrivo della pace, però, è che questi popoli non commettano i nostri stessi errori.

Quali errori? Abbiamo forse noi, quelli che hanno il 99,9% del patrimonio culturale mondiale, commesso qualche errore?

Il Cinema, come al solito, può aiutarci a capire.

La Grande Guerra di Mario Monicelli (1959) è considerato una delle più riuscite commedie sulla guerra, insieme a capolavori come Comma 22 o Come vinsi la guerra. E’ la storia di due soldati italiani, interpretati da Alberto Sordi e Vittorio Gassman (che qui parla con accento dell’Alta Italia, nella magia dei trasformisti del dialetto di quegli anni), che vivono una serie di avventure, quasi degli sketch, fra le ultime battaglie dell’Isonzo e Prima battaglia del Piave. E’ sicuramente un gioiello della Grande commedia, costruito proprio un attimo prima che questa passasse dal Neorealismo alla Commedia all’italiana nella sua versione più scanzonata (I soliti ignoti, sempre di Monicelli, è dell’anno precedente; nello stesso anno usciva invece Il Generale Della Rovere di Roberto Rossellini). E’ sicuramente un film in cui l’apporto istituzionale (ringraziato anche nei titoli di coda) si sente molto: è ben lontano dall’essere una versione comica di Uomini contro; la contestazione delle gerarchie militari, che pure c’è, è in qualche modo ammansita dalla comparsa degli Austro-Ungarici, qui dei veri occupanti nazisti ante-litteram (ma in realtà Paese aggredito e tradito dall’Italia, o meglio dal solito golpe bianco sorto all’interno di quest’ultima); come spesso avveniva in quegli anni, il finale ha connotazioni moraleggianti.

La marcia su Roma di Dino Risi (1962) dà un’idea di come il Paese fosse ridotto appena un anno dopo: i reduci ridotti a vivere per strada, i braccianti che provano a organizzarsi nel sindacato bianco (cattolico) o in quello rosso (socialista e comunista), la borghesia cittadina preoccupata dagli scioperi operai…e i fascisti, che, complottando con i latifondisti e gli industriali, approfitteranno della situazione prima per entrare in Parlamento e poi, fallito il progetto di conquista del potere per le vie legali, per mettere in atto quello che, visto oggi, è l’embrione della Strategia della tensione. E’ un film che fa ridere e fa riflettere, come tanti dei film della Grande commedia, ma che qui è già diventata appieno la Commedia all’italiana della battuta, del picaresco, di una fame di cui si può anche (sor)ridere.

Tutti a casa di Luigi Comencini (1960) è un film corale, ambientato circa vent’anni dopo La marcia su Roma, l’8 settembre 1943. Qui il ritratto del Paese è ancora più impietoso: i militari Italiani scoprono della firma dell’armistizio ascoltando la radio, ma è questione di minuti prima che le colonne Tedesche comincino a farli prigionieri e a portarli nei lager o al lavoro forzato; e mentre un plotone cerca di riunirsi al resto dell’esercito e si sbanda, intorno crolla tutto. O forse era già tutto crollato, e l’unica cosa che è caduta in quel momento è solo la maschera del regime: manca la farina, le strade e i ponti sono distrutti, i Tedeschi hanno cominciato a rastrellare gli ebrei che trovano sul territorio, i fascisti preparano la “seconda ondata” e rastrellano a loro volta gli oppositori ancora liberi. L’unica speranza, oltre il ritorno a una casa che non esiste più, è l’inizio della Resistenza armata, le Quattro giornate di Napoli.

Il federale di Luciano Salce (1961) è un grande film di attori e (paradossalmente?) di ampi spazi aperti: Ugo Tognazzi è un milite fascista che, nella Roma ancora occupata, deve arrestare il Prof. Erminio Bonafè (Georges Wilson), indicato dal CLN come futuro Capo del Governo democratico, ma non sarà facile. In mezzo a questo road movie, la disfatta ha assunto i toni da operetta tipici dell’Italia: martiri del fascismo sulla via della riconversione (Gianrico Tedeschi), ladruncole che si arricchiscono nel caos (Stefania Sandrelli), i Tedeschi che stanno per assumere la forma che rivedremo nei vari Indiana Jones e altre cose americane (cattivi ma fondamentalmente stupidi: basta avere una buona plot armor e vinci la guerra praticamente da solo). La serietà delle cose torna in campo solo al momento della Liberazione.

Una vita difficile di Dino Risi (1961) è l’atto finale di quanto sopra. La guerra, anzi le guerre, hanno lasciato “macerie materiali e morali“. Da queste macerie sorge la Repubblica, ma non è tutto oro quel che luccica: è vero che c’è qualche nobile decaduto (Daniele Vargas), ma quello c’è sempre stato, almeno dai tempi di Verga; è vero che si vota, ma l’unità nazionale finisce presto. E quel che resta sa di vecchio: i nuovi ricchi della speculazione sono solo la nuova versione ripulita dei vecchi latifondisti; quelli che per vivere devono arrangiarsi e scendere a compromessi non hanno avuto sensibili miglioramenti; la Resistenza è stata tradita; la Rivoluzione è lontana; la Contestazione sta per scoppiare, ma vedrà protagonista un’altra generazione (il cui lavoro, possiamo dirlo noi oggi, verrà distrutto da quella successiva). La soluzione, quindi, è solo individuale: un riscatto che però, un attimo dopo, condurrà comunque a un “accontentarsi” (frutto anche di precedenti scelte e del loro peso) che, visto oggi, ha causato solo l’impoverirsi di un Paese che nell’individualità è letteralmente sprofondato.

Queste non sono certo le sole commedie dedicate a quegli anni, ovviamente. Ce ne sono sicuramente di più blasonate, basti pensare a C’eravamo tanto amati; ce ne sono di eclettiche, come Il Generale dorme in piedi, Il Giorno più corto o Scemo di guerra.

Secondo me, tuttavia, l’uso del bianco e nero, l’appartenenza di questi film al filone della Grande commedia, e il fatto che in essi si incrocino spesso gli stessi attori, magari con ruoli non identici ma simili, in qualche modo collegati (Alberto Sordi soldato in montagna, poi ufficiale e infine partigiano; Ugo Tognazzi bracciante cattolico e militante fascista prima, e milite fascista poi, per poi diventare addirittura generale nel film di Massaro citato sopra; Vittorio Gassman, prima soldato controvoglia e poi reduce affamato), li rendono una possibile “Pentalogia della Guerra in Italia” vista dal lato della commedia.

Più ripenso a questi film, più li vedo come un unico, grande film italiano, forse anche come un’opera teatrale, una commedia dove gli stessi attori interpretano diversi personaggi, mai perfettamente uguali, mai troppo diversi. E più li riguardo, più capisco che non sono solo ambientati nel nostro stesso universo (la Storia d’Italia), ma condividono essi stessi lo stesso universo narrativo, le stesse conclusioni: possiamo star certi che l’Alberto Sordi di Tutti a casa sarebbe finito come il suo omologo di Una vita difficile, rispetto al quale non è certo meno eroico: entrambi i film descrivono lo stesso Paese.

E allora forse bisogna indagare su cosa è successo, da quel lontano 1915, fino non dico ad oggi, che è pura cronaca e ci tocca direttamente nelle nostre vite, ma almeno fino a quel dies ad quem del 1961: appena prima della morte di Kennedy e Togliatti, appena prima del Vietnam e della Contestazione, appena prima della vera Età Contemporanea. Che ormai non è più quella del 1789, ma quella del nostro oggi post-moderno, post-industriale, post-borghese (o forse pan-borghese), certamente post-storico.

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