5 bambole per la luna d’agosto – Mario Bava (1970) | Recensione Film

La locandina di 5 bambole per la luna d'agosto, da Wikipedia in Inglese
La locandina, da Wikipedia in Inglese

ATTENZIONE – CONTIENE SPOILER

Sono quei film che vedi per caso, di notte, quando hai l’insonnia o fa troppo caldo per dormire: vai in cucina, metti su un caffè, accendi la televisione (uno di quegli strani oggetti che di notte si trasformano, io dico in meglio) e li vedi. Puoi trovarli su una bancarella dell’usato, sugli scaffali di un’edicola dove attendono (a volte da anni) l’arrivo dell’appassionato che, rispetto all’ordine da catalogo, preferisce la quête lunga una vita e i suoi imprevisti. Te li prestava un amico, quando nelle case degli italiani c’erano ancora le videoteche di famiglia, prima che la Miseria, travestita da Minimalismo, rientrasse dalla finestra dopo i pochi anni di un Benessere faticosamente conquistato.

5 bambole per la luna d’agosto è uno di quei film: un gioiellino del 1970 firmato Mario Bava, un giallo all’italiana pieno dell’estetica pop di quegli anni.

Su un’isola privata si svolge una festa: il padrone dell’isola ha invitato dei suoi soci (e nello stesso tempo concorrenti) a passare lì alcuni giorni, con l’obiettivo di convincere uno scienziato, anche lui presente con la propria moglie, a vendere loro una formula industriale. Ma cominciano ad avvenire misteriosi omicidi.

A dispetto della locandina piuttosto dark, da film giallo classico (ovunque viene fatto notare il richiamo del film a Dieci piccoli indiani di Agatha Christie), tutto è vissuto praticamente in pieno giorno, con una fotografia luminosa che affianca la spiaggia assolata agli interni pieni di luci, pareti chiare, vasche attorniate da specchi, arredi di design. Un’estetica “da fumetto”, come riporta il Mereghetti citato in nota su Wikipedia. E’ vero: l’impronta dei vari Diabolik, Thrilling, Goldrake Playboy c’è e si vede (Bava aveva girato un film su Diabolik appena due anni prima); anzi, quell’estetica, che nella sostanza è il grande movimento della pop art ormai avviato e diramatosi in varie forme d’arte e sottogeneri, è il contesto che permea tutto il film.

In questo film tutto è pop, a partire dal titolo, la cui grafia non è precisamente “Cinque bambole” ma “5 bambole“: una grafia usata anche in altri film dello stesso periodo (nei titoli di testa di 6 donne per l’assassino, per esempio, sempre di Bava) e che anticipa quasi l’ondata del linguaggio da SMS partita all’inizio degli anni Duemila.

Anche le musiche seguono l’estetica del pop: nella colonna sonora di Piero Umiliani, luminosa e leggera come la fotografia del film, cantano anche I cantori moderni di Alessandroni e Il Balletto di Bronzo.

Bellissima la scenografia, come spesso lo sono le scenografie di quel periodo: la villa sul mare (che Wikipedia svela essere un enorme effetto speciale ottico, una specialità di Bava, e la cui location il Davinotti individua in una località nei pressi di Anzio, mostrandone anche un “prima e dopo” fotografico), gli interni sgargiantemente pop, pieni di quadri, oggettistica, un vaso pieno di grandi biglie di vetro, un divano meccanico su cui si adagiano donne bellissime.

Ed è bellissima Edwige Fenech, appena reduce da una serie di film austriaci e francesi: bianca come il latte, i capelli lunghi, lo sguardo che avrebbe fatto sciogliere intere generazioni; e a farle da contraltare, la sua ultima inquadratura a figura intera, legata a un albero, uccisa, in una scena, anche qui, piena di musica.

A leggere in giro, pare che lo stesso Bava non considerasse troppo questo suo film.

In tema di sceneggiatura, è vero infatti che il film presenta dei buchi narrativi (che in verità mi pare siano in qualche modo spiegati a parole dai personaggi; personaggi che, giova ricordarlo, sono in concorrenza gli uni con gli altri e quindi non necessariamente veridici) e delle situazioni al limite del credibile (il famoso Pentothal, il siero della verità che si diceva essere usato da spie e criminali internazionali, in primis Diabolik; l’escamotage delle guardie private di George e del fallimento della loro missione).

Sono sicuramente dei problemi per un film giallo, specie se si parla di un giallo “in stile Agatha Christie”. Va anche detto, come si legge su Wikipedia, che Bava, subentrato a un altro regista poco prima dell’inizio delle riprese, non ebbe modo di rivedere la sceneggiatura, pur adottando la grande idea della cella frigorifera (da cui o deriva il titolo o con cui il titolo si sposa benissimo). Sono tuttavia problemi in qualche modo tipici dei film a basso budget di quell’epoca, e il cinema italiano non manca di gialli (appunto, all’italiana: a guardarli bene, più noir che gialli classici, così come i protagonisti dei fumetti neri italiani sono più dei villain che dei supereroi) in cui la spiegazione del mistero non è quella classica: penso al successivo Todo modo di Elio Petri, anche quello strutturato di base come un giallo (e anch’esso ispirato, e in modo ben più diretto, a un libro), ma che è il capolavoro che è anche perché fornisce una soluzione che sta fra la riflessione politica (per ciò che viene mostrato) e il surrealismo (per il modo in cui lo è).

E del resto: si è detto sopra che bene è scritto sul Mereghetti che “Bava ricorre all’estetica del fumetto“. Ma se così è, bisogna forse anche accettare il tentativo (inconsapevole?) di riduzione cinematografica di un romanzo contemporaneamente alla trasposizione cinematografica di un fumetto (inteso nel senso di una collana o di un genere, il fumetto nero italiano).

A parere di chi scrive, comunque, non è solo la voglia di salvare tutto, di recuperare tutto, di valorizzare o rivalutare tutto a far dire che questo è un bel film, e che non stona assolutamente nella filmografia di Bava. E’ forse anche la sua vicinanza ai nostri tempi, per la sua trama, per i suoi temi, per la sua leggerezza (molto aiutata dalla musica, dalla fotografia, dall’ironia che sprizza fuori dal film) a rendercelo in certo modo più comprensibile.

Rivista oggi, infatti, quell’isola dei ricchi, un’isola privata dove con un click si registra tutta una notte su nastro magnetico, dove si passa da una festa a un omicidio per carpire un segreto industriale, non può non portare alla mente (e il finale aiuta) i più recenti fatti non di cronaca, ma di politica internazionale.

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Sitografia

Wikipedia in inglese – https://en.wikipedia.org/wiki/Five_Dolls_for_an_August_Moon (ult. visita 25/07/2026)

Wikipedia in italiano – https://it.wikipedia.org/wiki/5_bambole_per_la_luna_d%27agosto (ult. visita 25/07/2026)

Il Davinotti – https://www.davinotti.com/forum/location-verificate/5-bambole-per-la-luna-d-agosto-1970 (ult. visita 25/07/2026)

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